“The Gentleman. Stile e Gioielli al maschile”: di Mara Cappelletti che racconta l’eleganza maschile
Il gioiello maschile non è una tendenza: è sempre stato potere
Esistono libri che raccontano una storia e libri che, invece, restituiscono dignità a una storia troppo spesso dimenticata. “The Gentleman. Stile e gioielli al maschile” di Mara Cappelletti appartiene senza dubbio alla seconda categoria. In un’epoca in cui il gioiello da uomo viene spesso interpretato come una recente concessione alle tendenze contemporanee, il volume ci ricorda una verità tanto semplice quanto sorprendente: gli uomini hanno sempre indossato gioielli. E non per vanità superficiale, ma per comunicare potere, appartenenza, memoria e identità.

La forza del libro risiede proprio nella capacità di accompagnare il lettore attraverso secoli di storia senza mai trasformare il racconto in un’arida cronologia. Al contrario, ogni epoca emerge come una raffinata rappresentazione teatrale nella quale il gioiello diventa protagonista silenzioso di una più ampia narrazione sociale.
The Gentleman racconta il potere nascosto dell’eleganza aristocratica
Se il guardaroba maschile contemporaneo tende alla misura, il Settecento celebrava invece la magnificenza. Nelle corti europee, e soprattutto sotto l’influenza francese, l’uomo elegante era un autentico spettacolo visivo. Fibbie impreziosite da diamanti, tabacchiere scolpite, bastoni da passeggio decorati, anelli con cammei e bottoni d’oro componevano un lessico estetico che oggi definiremmo luxury lifestyle. L’aristocratico non vestiva semplicemente un abito: costruiva una dichiarazione di status. Dagli spilloni per fissare i preziosi jabot di merletto agli anelli da mignolo recanti imponenti cammei mitologici o miniature della dama amata, il gioiello settecentesco era ostentazione pura, una manifestazione visibile del potere aristocratico.

In queste pagine riecheggiano persino le ironie di Giuseppe Parini, che osservava con divertito disincanto il rituale quotidiano del “Giovin Signore”. Una satira che, letta oggi, appare incredibilmente moderna. Del resto, anche i social network contemporanei sono diventati una sorta di nuova corte dove l’immagine continua a esercitare il proprio potere.
Storia del gioiello uomo: dall’ostentazione alla discrezione
Con l’Ottocento cambia il paradigma. L’ascesa della borghesia impone una nuova estetica fondata sulla sobrietà e sull’autocontrollo. I manuali di comportamento dell’epoca — come il celebre The Gentlemen’s Book of Etiquette di Cecil Hartley (1860) — iniziano a teorizzare che i gioielli debbano essere indossati dai gentiluomini esclusivamente per un uso pratico e mai meramente ornamentale. Ma sarebbe ingenuo pensare che il desiderio di distinguersi sia scomparso. Più semplicemente, si è raffinato. Nascono così alcuni degli accessori che ancora oggi definiscono l’eleganza maschile: gemelli, spille da cravatta, orologi da tasca e catene decorative. Oggetti apparentemente funzionali che diventano sofisticati strumenti di comunicazione sociale.

Nascono così veri e propri capolavori di micro-oreficeria:
Le catene e i pendenti da panciotto: in un secolo in cui la puntualità e l’ordine urbano diventano centrali, portare l’orologio da tasca esibendo una catena (in oro, argento o metalli meno pregiati) significava mostrare un rapporto moderno con il tempo. La catena diventa un “piccolo palcoscenico quotidiano” su cui l’uomo esprime il proprio gusto e la propria identità affettiva.
La spilla da cravatta (o stickpin): originariamente nata per mantenere rigidi e fermi i voluminosi nodi delle cravatte ottocentesche in tessuti pregiati come seta e mussola, si trasforma rapidamente in un elemento distintivo dell’abbigliamento, un punto di luce e di dichiarazione sociale.
I gemelli da polso: che evolvono da semplici strumenti pratici a testimoni tangibili delle nostalgie culturali del secolo, oscillando tra discrezione borghese e desiderio di espressione.
Particolarmente affascinante è la riflessione sull’anello a sigillo, simbolo di appartenenza familiare e continuità generazionale. Un dettaglio che trascende la moda e si colloca nella sfera più intima dell’identità personale. Il gioiello maschile riscopre una dimensione intima: quella di veicolo di memoria e affetto. Lontano dall’essere solo un lusso, l’anello si configura come pegno per consolidare relazioni, stima e amicizie fraterne. Ne è un esempio perfetto la lettera del 1854 del pittore preraffaellita John Everett Millais all’amico e collega William Holman Hunt, in procinto di partire per la Terra Santa: «…vorrei avere qualcosa che mi ricordasse di te, e desidero che tu vada da Hunt and Roskell e ti faccia fare un anello con sigillo che tu debba sempre indossare… prendine uno buono e facci incidere le tue iniziali.»

Attraverso il pensiero di Franco Fornari emerge come l’anello a sigillo rappresenti molto più di un semplice ornamento. È una testimonianza di continuità, una firma simbolica, un’eredità che attraversa il tempo. In un mondo dominato dalla velocità e dall’effimero, l’anello a sigillo conserva una forza narrativa straordinaria. Non racconta soltanto chi siamo, ma anche da dove veniamo. Forse è proprio questa dimensione profonda a spiegare il ritorno di interesse che questo accessorio sta vivendo tra le nuove generazioni di uomini eleganti.
Moda uomo e gioielli: quando il lusso diventa cultura
Tra le pagine più suggestive spiccano quelle dedicate all’incontro tra Gabriele d’Annunzio e Mario Buccellati. È un capitolo che sembra uscito da un romanzo. Da una parte il Vate, ossessionato dalla bellezza in ogni sua forma. Dall’altra l’orafo capace di trasformare il metallo in poesia. Il loro dialogo rappresenta forse il momento più alto della cultura del gioiello maschile italiana. Il Vate battezzò l’orafo con appellativi solenni e teatrali, chiamandolo spesso “Il Principe degli Orafi” o “Mastro Paragon Coppella”.

Ogni creazione diventa un’opera d’arte, un piccolo universo in cui tecnica, estetica e immaginazione convivono in perfetto equilibrio. Buccellati non si limitava a eseguire commissioni: comprendeva lo spirito dannunziano, trasformando ogni creazione maschile in un’opera d’arte. Da questa collaborazione nacquero portasigarette incisi, gemelli e piccoli oggetti d’uso quotidiano destinati al poeta stesso o agli uomini della sua cerchia, capaci di coniugare perfettamente un virtuosismo tecnico senza eguali a una profonda sensibilità poetica. Leggendo queste pagine si comprende come il vero lusso non coincida con il prezzo di un oggetto, ma con la sua capacità di raccontare una storia.
Il dopoguerra e gli anni Cinquanta: Il Nuovo Gentleman e il “Made in Italy”
Nel secondo dopoguerra, mentre Christian Dior imponeva il New Look nella moda femminile, il guardaroba maschile andava incontro a una rigorosa ricodificazione. Gli anni Cinquanta si distinsero per un ritorno a etichette precise e regole ferree sugli indumenti da indossare nelle diverse ore del giorno e per le varie attività, dal lavoro alle vacanze.

Fu in questo clima di benessere economico che si assistette alla nascita del “Made in Italy”. Nel 1951 Giovanni Battista Giorgini organizzò la prima sfilata interamente italiana a Firenze, proponendo una moda più casual e decisamente più economica rispetto all’haute couture parigina. Nel 1952, la storica rivista maschile Arbiter, diretta da Michelangelo Testa, lanciò a Sanremo la prima edizione del “Festival della Moda Maschile”, una vetrina fondamentale che per quasi trent’anni avrebbe consacrato la sartoria artigianale italiana a livello internazionale.
Gli anni Ottanta: Il Power Suit e l’estetica del successo
Gli anni Ottanta hanno trasformato l’abbigliamento maschile nello specchio fedele di un decennio dominato dall’ambizione finanziaria, dalla cultura aziendale e dal mito dello yuppie. L’uomo cercava un’immagine forte, aggressiva e immediatamente riconoscibile, capace di comunicare successo economico e sicurezza.

Il simbolo assoluto dell’epoca fu il power suit: giacche strutturate dalle spalle larghe, tagli netti, pantaloni a vita alta e tessuti di altissima qualità. Anche il gioiello maschile rifletteva questo clima di opulenza visibile e attenzione esasperata al design come indicatore di status sociale. Si impose l’uso di materiali alternativi e compositi accanto a oro e platino, mentre cresceva l’interesse per i loghi e i marchi ben visibili sugli accessori. Il diamante stesso perse la sua esclusiva prerogativa femminile o di fidanzamento grazie a storiche campagne pubblicitarie (come quelle del colosso De Beers) pensate espressamente per il pubblico maschile, segnale evidente di un profondo cambiamento culturale
The Gentleman spiega perché il gioiello maschile è tornato protagonista
Negli ultimi anni il gioiello uomo è tornato al centro delle tendenze internazionali. Anelli chevalier, collane minimaliste, bracciali in metalli preziosi e orologi iconici popolano le passerelle e i guardaroba delle nuove generazioni. Tuttavia, ridurre questo fenomeno a una semplice moda sarebbe un errore.

Il successo contemporaneo dell’accessorio maschile nasce da un bisogno più profondo: quello di differenziarsi in un panorama sempre più uniforme. Oggi il gentleman moderno utilizza il gioiello come un aristocratico del Settecento utilizzava una fibbia tempestata di diamanti. Non necessariamente per ostentare ricchezza, ma per esprimere individualità. Con una differenza fondamentale: la vera eleganza contemporanea preferisce suggerire piuttosto che dichiarare.
Perché leggere The Gentleman
“The Gentleman” non è soltanto un libro dedicato ai gioielli. È un viaggio nella storia dell’eleganza maschile, nei suoi codici, nei suoi rituali e nelle sue trasformazioni. Mara Cappelletti costruisce un racconto colto ma accessibile, rigoroso ma mai accademico, capace di interessare tanto gli appassionati di moda quanto i lettori attratti dalla storia del costume e della cultura materiale.

La sensazione che accompagna l’ultima pagina è quella di aver compreso qualcosa di essenziale: il gioiello maschile non è mai stato un semplice accessorio. Che si tratti di un orologio d’alta manifattura, di un anello a sigillo contemporaneo che richiama il codice paterno, o di un dettaglio vintage come una spilla da cravatta, l’uomo contemporaneo non indossa un semplice ornamento. Indossa una narrazione, un codice affettivo e una dichiarazione di sofisticata personalità. Il gioiello, oggi come ieri, rimane il microcosmo di segni più intimo e potente attraverso cui l’uomo può esprimere il proprio stile. Il gioiello è sempre stato un linguaggio. E come tutti i linguaggi più raffinati, continua a raccontare molto più di quanto lasci intendere.

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