“L’eleganza è un inchiostro che non sbiadisce”: intervista ad Aldo Sacchetti
Aldo Sacchetti si racconta in una conversazione intima tra memorie della Magna Grecia, bozzetti per Fendi e la poesia dell’essenziale.
C’è un momento preciso, quando la punta di un pennino tocca la grana spessa di un foglio di carta, in cui la realtà smette di essere rumorosa e si trasforma in una linea d’aria. In quell’istante, sospeso tra la Roma barocca e la luce nitida del Sud, prende vita il mondo visivo di Aldo Sacchetti. Classe 1993, radici profonde a Reggio Calabria e una formazione classica trasfigurata tra i corridoi dell’Accademia Koefia, Sacchetti appartiene a quella rara categoria di esteti che non hanno bisogno di gridare per farsi notare.

Le sue figure sinuose, creature leggendarie al limite tra l’architettura e la fiaba, raccontano storie di eleganza, nostalgia e memoria. Non è un caso se le Maison più prestigiose della moda internazionale, da Fendi a Bulgari, hanno affidato al suo sguardo la narrazione visiva delle loro collezioni e dei loro eventi più intimi. L’ho incontrato nel suo studio per una chiacchierata informale, tra ricordi d’infanzia, l’arte della sintesi e quel desiderio inesausto di bellezza che non cede mai all’ostentazione.

Aldo Sacchetti: dalle radici della Magna Grecia al Matriarcato Visivo
L’amore per l’armonia classica e la devozione per le figure femminili nascono tra le mura di casa, in un Sud ricco di fascino ed energia visiva.
Se dovessi scegliere un solo tratto, un’unica opera per presentarti a chi non ti conosce, dove ci porteresti? “Vi porterei subito davanti alle mie Donne che danzano. È l’opera che più di ogni altra mi ha fatto tremare i polsi fin dal primo istante. Sono nato e cresciuto in una famiglia governata esclusivamente da donne, mia madre ha un posto fondamentale. Anche oggi la mia vita è felicemente popolata da presenze femminili. Trovo che non ci sia nulla di più potente ed essenziale della complicità tra donne: uniscono le energie come leonesse che difendono il territorio. La mia arte, in fondo, è una resa incondizionata a quella grazia“.

Un bambino introverso, cresciuto a Reggio Calabria tra versi greci e quaderni ricoperti di rossi cuori a matita. Cosa è rimasto di quel piccolo sognatore? “La dolcezza, spero. E quel simbolo, il cuore, che continua a ritornare quasi a mia insaputa. Il disegno è stato la mia prima voce quando le parole mi sembravano troppe o troppo goffe. Non ho mai smesso di usare la matita per difendermi dal mondo e, allo stesso tempo, per invitarlo ad entrare“.
L’inchiostro e i grandi brand: Fendi e Bulgari
Dalle prime intuizioni affidate alla galleria digitale di Instagram fino al riconoscimento dei colossi del lusso mondiale.
Passare dal foglio privato alle passerelle internazionali può far girare la testa. Come nasce la sintonia con case di moda storiche? “È accaduto tutto con una naturalezza disarmante: qualche post condiviso su Instagram, i sogni che bussavano per uscire dal cassetto e le prime chiamate per gli eventi dal vivo. Le collaborazioni con Fendi e Bulgari, le più durature della mia carriera, mi hanno insegnato che l’intesa perfetta nasce dalla fiducia. Un brand ti dà carta bianca quando capisce che sai rispettare la sua storia, metabolizzando i suoi codici visivi per restituirli sotto forma di poesia“.

L’arte del Live Sketching e il successo visivo di Sacchetti Studio
Togliere il superfluo per lasciare soltanto l’emozione: l’arte dell’illustratore diventa un rito di narrazione dal vivo.
Guardando i tuoi bozzetti si avverte un senso di immediata leggerezza, ma quanta disciplina serve per essere così essenziali? “Dietro quella che sembra una linea semplice c’è un lavoro immenso di sottrazione. Ho trascorso anni a studiare cosa togliere, quali dettagli eliminare per salvare soltanto l’essenza pura del soggetto. Mi affascina la dimensione semi-astratta: riuscire a dire tutto con tre pennellate è il traguardo più difficile e affascinante“.

Nel live sketching regali ai presenti un ritratto istantaneo. Qual è l’emozione più grande che ti viene restituita? “La commozione. Mi è capitato che alcune persone piangessero ricevendo un mio disegno. In quel momento capisci che non stai facendo un semplice ritratto, ma stai custodendo un frammento della loro vita. I miei lavori diventano un pretesto per fermarsi a parlare: intorno ad ogni foglio si crea un piccolo salotto intimo in cui ognuno legge un dettaglio diverso“.

Ti definisci più un artista o un illustratore? Esiste un confine tra questi due mondi? “Mi sento un artista, ed è una consapevolezza arrivata crescendo: il mio cervello filtra e interpreta qualsiasi cosa a modo suo, traducendola in immagini. Proprio per questo motivo sono anche un illustratore. Per me la differenza sta nel significato che si attribuisce a un segno: un disegno diventa arte nel momento esatto in cui gli si dona un’anima e un senso profondo, sia che questo avvenga prima di tracciare la linea, sia che affiori a opera finita“.
Le frasi graffiate a margine dei disegni aprono interrogativi eleganti, attingendo alla grande canzone d’autore.
Le tue illustrazioni sono spesso accompagnate da parole suggestive. Da dove affiorano quelle frasi? “Dalle mille immagini che mi affollano la testa, ma soprattutto dalla musica. Amo immensamente la scrittura di Mogol, le melodie di Battisti, la presenza scenica di Mina. A volte è una singola strofa a chiamare la matita, altre volte è il disegno che pretende la sua didascalia. Mi piace lasciare la porta aperta, senza dare risposte definitive“.

Dai canali della Mitteleuropa al Rinascimento toscano, i luoghi dell’anima alimentano continuamente la creatività e l’immaginario dell’artista.
Nel tuo lavoro si avverte una forte sensibilità per lo spazio e l’architettura. Quali sono le città che ti ispirano di più e dove ti piacerebbe mettere radici? “La geografia per me è una questione di atmosfera e luce. Adoro Firenze, la Sicilia viscerale, la compostezza di Vienna e il rigore elegante di Zurigo, ciascuna per ragioni completamente diverse. Forse Firenze rimane la mia preferita in assoluto: lì è nata gran parte della nostra cultura visiva e respiri la storia ad ogni angolo. Ma mi affascina immensamente l’idea di vivere in luoghi capaci di darti un ritmo rigoroso e al tempo stesso poetico, come la Svizzera o l’Austria, dove la bellezza si sposa con un senso di ordine quasi metafisico“.

Aldo Sacchetti: l’eleganza del gesto tra vestire, sognare e i nuovi orizzonti
Un’idea di stile rigorosa che rifiuta la volgarità dell’ostentazione e guarda già alle sfide dei mercati d’oltremare.
Si parla spesso di stile, ma cosa significa davvero essere eleganti per te? “L’eleganza non risiede nell’abito, ma nel portamento e nel modo in cui ci si muove nello spazio. È l’esatto contrario dell’ostentazione. Se devo pensare a cosa un uomo non dovrebbe mai indossare, dico i tessuti sintetici di scarsa fattura, la qualità mediocre e i loghi giganti ostentati per il solo gusto di farsi notare. La classe parla con un filo di voce“.

Se dovessi dare un volto, un corpo umano a tutto il tuo percorso artistico, chi vedremmo? “Vedrei una figura femminile slanciata e sicura di sé, con i capelli dai riflessi rossicci, la pelle chiarissima, il naso greco e gli zigomi alti. Un’anima nobilmente malinconica, una sintesi perfetta tra l’intensità di Mina e la sensibilità fragile di Mia Martini“.
Qual è il prossimo capitolo di questa storia visiva? “Voglio mettermi alla prova con i grandi formati e conquistare gli Stati Uniti. Il viaggio è già pianificato e non vedo l’ora di far parlare la mia arte su scala ancora più ampia. Come amo ripetere a chi mi segue: stay tuned“.

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